Gli Anni 90

ATLETICO LUCCA: LE MAGLIE SIMBOLO CONTRO LA DROGA E PER LA NATURA

Il nome della società non è di quelli noti al grande pubblico. Eppure l’Atletico Lucca festeggia proprio in questi tempi

L’Atletico indossa la divisa contro la droga.

il suo ventesimo compleanno. Non ha squadre in campionati di Lega, neanche una in Terza categoria, il gradino più basso nella piramide calcistica in Italia. E’ stata una scelta, come dicono da queste parti. Per dar spazio ai ragazzi, per seguire da vicino e con maggior cura il settore giovanile. Il club, i cui colori sono quelli rossoneri, come quelli del Milan e come quelli della Lucchese, sin dalla sua fondazione ha deciso di dedicarsi elusivamente ai giovanissimi.
Un progetto-pilota che ha come fine la maturazione tecnica e umana dei futuri “assi” del pallone. E la società toscana ha avuto ragione. Il tempo non è stato tiranno, anzi sta dimostrando che certi risultati si ottengono solo facendo scelte coraggiose. E molti dei giovani cresciuti nell’Atletico oggi sono in grandi squadre. Un nome su tutti, quello di Giorgio Bresciani, classe ’69, attaccante di maglia a Torino. Il giocatore è al suo sesto anno nella massima serie, dove ha esordito giovanissimo, appena diciottenne sempre con il Torino. E’ stato anche a Bergamo dove è riuscito con caparbietà e merito a ritagliarsi un suo spazio. L’allenatore Mondonico gli ha dato la possibilità di farsi apprezzare, nonostante la presenza in squadra di calciatori di grosso calibro.
Bresciani non è l’unico gioiello “coltivato” di casa Lucca. Ce ne sono altri e tutti di sicuro avvenire. In A, per esempio giocano Mario Ansaldi, classe 1965, jolly a tutto campo a Modena e Silvano Benedetti, annata 1965, difensore centrale del Torino alla sua settima stagione da professionista e Stefano Dianda nato nel 1966. Ma alle loro spalle premono già le nuove promesse. C’è chi ha raggiunto il grande club ed è il caso di Massimiliano Covelli, attaccante ventiduenne che è stato al Genoa e di Roberto Ghilarducci del 1975 un centravanti dal tiro molto potente che è stato preso per una selezione dei giovanissimi del Milan.
Leve targate Atletico Lucca anche in C. Marco Bertelli, ventenne, attaccante, che è stato alla Carrarese, unisce alla forza fisica, qualità tecniche invidiabili. Senza dimenticare Lazzini e Cerasa. Tutto per la gioia della società che racconta dei suoi pulcini diventati belle realtà.
“Da due anni abbiamo voluto aggiungere – dicono i dirigenti entusiasti – all’aspetto sportivo un impegno sociale più approfondito. Questo non ci costa alcun sacrificio aggiuntivo e nello stesso tempo ci dà molte altre soddisfazioni. Sulle maglie dei nostri giocatori abbiamo scritto uno slogan simbolico: “No alla droga” per i più grandi, quelli nella fascia dai 14 ai 19 anni e “Difendiamo la natura” per i più piccoli dai 9 ai 13 anni. E’ un modo come un altro per mantenere viva, anche se inconsciamente, l’attenzione dei giocatori su due grandi problemi che affliggono la società industrializzata. Sono tematiche che fra qualche anno li riguarderanno direttamente. Ebbene che comincino in un certo senso ad occuparsene”.
Un ‘iniziativa di cui andar fieri. All’Atletico Lucca sono arrivati consensi da colleghi dirigenti, genitori e anche dagli sponsor. “A loro dobbiamo gran parte del successo di questo programma, ci hanno consentito di subordinare il messaggio commerciale – concludono in società – ai temi ambientali e sociali da noi perseguiti. Inoltre speriamo che questa nostra idea venga ripresa perché il calcio giovanile diventi sempre più strumento per combattere droga, razzismo, intolleranza e violenza. Per un pallone più pulito e leale”. Quest’anno la società è stata presente ai campionati: provinciale under 18, regionale allievi, regionale giovanissimi, provinciale giovanissimi, provinciale esordienti, provinciale esordienti junior, provinciale pulcini. Ci sono stati poi “primi calci” e la scuola calcio.
(Corriere dello Sport – Stadio, 7 giugno 1992)

ANNI ’90: PER LA NATURA CONTRO LA DROGA

L’Atletico Lucca è una piccola scuola di calcio, che non si limita a preparare campioni dal punto di vista tecnico, ma si preoccupa innanzi tutto della loro formazione umana e civile. Appena oltre le mura di Lucca, autentica città gioiello incastonata sulle sponde del Serchio, in una traversa della strada per l’Abetone, c’è il Campo Sportivo “Henderson” dove si allenano, giocano e generalmente vincono i giovani calciatori dell’Atletico Lucca, società che ha un posto di riguardo nel panorama del calcio giovanile italiano. A sollecitare la nostra curiosità, però, più che i risultati sportivi, è stata un’iniziativa di cui la Società si è fatta promotrice: da qualche anno sulle magliette di gioco campeggiano le scritte “No alla droga” per i ragazzi più grandi e “Difendiamo la Natura” per i piccoli. L’impianto sportivo è di quelli che molte società italiane, specie al centro sud vorrebbero. Ma tutto questo è, come al solito, frutto di fatiche, battaglie, impegno disinteressato dei dirigenti. “La società è sorta nel 1970 – ricorda il segretario Battistoni che, col Direttore della Scuola Calcio e uno degli allenatori, fa gli onori di casa – in un rione ma con l’intento di servire tutta la città, anche se siamo in Toscana e c’è la tendenza alla frammentazione, all’uno contro tutti, col risultato che la concentrazione di società sportive è quasi sproporzionata rispetto alla domanda.
Nel 1975 affittammo un terreno sull’argine del Serchio e vi costruimmo un impianto, naturalmente con le nostre mani, senza aiuti né contributi. Poi, a distanza di quindici anni il proprietario ha disdetto il contratto per cui dovemmo lasciar libero il campo”.
– come risolveste il problema?
“Dapprima cercammo di fonderci con il S.Filippo, anche per avere un paese come base d’utenza, ma durò meno di un anno, c’erano troppe incomprensioni. Alla fine il Comune ci venne incontro dandoci in uso quest’impianto, da anni abbandonato. Quel che si vede è frutto di mesi di lavoro, ci siamo improvvisati giardinieri, carpentieri, abbiamo persino risistemato alcune costruzioni abbandonate per farne spogliatoi più confortevoli degli attuali e per realizzare una nuova sede sociale, ma non abbiamo ottenuto ancora i permessi per gli ultimi lavori”.
La differenza tra il Campo Henderson com’era ridotto e com’è diventato dopo le cure di tanta gente appassionata è chiaramente visibile dalla documentazione fotografica nella sede della Società, dove ad accoglierci c’è il Presidente Rolando Bertolini, al quale chiediamo subito com’è nata l’idea degli slogan sulle magliette.
“E’ un’idea che abbiamo realizzato nel ’91 e che è partita dal desiderio di aggiungere all’aspetto prettamente sportivo un impegno sociale più approfondito, adottando sulle magliette da gioco gli slogan “Difendiamo la natura” per i ragazzi dai 9 ai 13 anni e “No alla droga”per quelli che vanno dai 14 anni in su. Abbiamo pensato infatti che certi principi possono essere richiamati anche con forme d’impegno magari semplici, ma efficaci in quanto indirizzate a soggetti altamente ricettivi come i ragazzi. Basta pensare quanto peso hanno i processi d’imitazione per la diffusione della droga tra i giovani. Sono slogan che non fanno guadagnare nulla, ma che non costano nulla e ci consentono di essere promotori di messaggi e valori profondi e importanti”.
L’iniziativa ha conportato da parte degli sponsor una rinuncia in termini di spazio, ora le sponsorizzazioni sono ridimensionate in un angolo della maglia mentre il messaggio sociale campeggia bene in vista.
“C’è molta disponibilità da parte degli sponsor commerciali, che tutto sommato ne hanno forse un ritorno maggiore, poiché il loro nome viene abbinato all’iniziativa. Certo, sarebbe bello se altri sodalizi dilettantistici e giovanili dessero vita a forme analoghe di sensibilizzazione che mantengano viva nei ragazzi l’attenzione su problemi che comunque, prima o poi, li riguarderanno. Di società come la nostra ce ne sono tantissime, se ognuno portasse il proprio granello, il peso da un punto di vista educativo sarebbe notevolissimo. Mi rendo conto di quanto sia importante il ruolo che svolgiamo quando, di fronte a ragazzi che, ad esempio, si drogano, vedo che non li conosco mai, il che significa che non hanno mai giocato né con noi né contro di noi, se no dopo tanti anni di attività li riconoscerei”.
Avete adottato qualche iniziativa per educare i ragazzi a mettere in pratica gli slogan che hanno scritti sulle magliette?
“Anche qui cose molto semplici, con l’AMIT ci siamo organizzati per la raccolta differenziata dei rifiuti, con “Mani Tese” per collocare un furgone sul campo per la raccolta di carta, stracci, vestiti, durante le partite o gli allenamenti; noi per primi, per i fogli e le buste intestate, usiamo carta riciclata. E’ inutile parlare di ambientalismo se poi lasciamo che i ragazzi buttino la lattina per terra”.
Par di capire che da parte vostra c’è un’attenzione particolare al fatto educativo, prima ancora che al risultato sportivo”.
“Le due cose vanno di pari passo. Evidenziamo con orgoglio pari ai risultati sportivi, i numerosi Premi Disciplina rilasciati. I ragazzi accettano sin dall’inizio un Regolamento interno che sottolinea come lo sport sia innanzitutto rispetto e civiltà. I valori della lealtà, della sportvità, della solidarietà, dell’amicizia li riproponiamo ogni giorno. Se in questi anni molti dei nostri ragazzi sono riusciti ad emergere, alcuni toccando addirittura la serie A, penso a Silvano Benedetti, oggi alla Roma, o a Giorgio Bresciani, oggi al Napoli o a Pisani, che quest’anno ha esordito nella massima serie con l’Atalanta, è anche perché ci sforziamo di impostarli bene mentalmente; se si acquisiscono a 8 anni, certi principi non si perdono più”.
La storia del calcio è piena di giovani campioni perduti per strada perché non avevano “testa”. Credo che un peso notevole l’abbia, oltre la formazione ricevuta, anche la società cui sono ceduti”.
“Purtroppo nel calcio si fa presto a bollare un ragazzo, tante volte invece basterebbe aspettare. Bisogna sempre considerare che siamo davanti ad adolescenti che si trovano da soli in grandi città, lontani dalla famiglia. Quando hanno 16 anni, i migliori li indirizziamo a società che conosciamo, come Torino o Atalanta, dove sappiamo che sono seguiti, e anche queste società sanno che il livello tecnico medio dei nostri ragazzi è alto, ma che sono anche disciplinati ed esperti. Molti ragazzi, tecnicamente validi, non li abbiamo lasciati andare perché non erano maturi. Nel nostro computer non ci sono solo i dati tecnici di ciascun ragazzo, ma anche quelli caratteriali. Se qualcuno comincia a disertare gli allenamenti, ci accertiamo dei motivi, cerchiamo di capire se sta attraversando un momento particolare. Tempo fa ci fu una polemica con la Lucchese perché si diceva che rinforzavamo altre squadre piuttosto che quella cittadina. In realtà allora la Lucchese aveva grossi problemi economici, vivacchiava nelle serie minori e noi non ci sentiamo di illudere un giovane mandandolo dove non sono in grado neanche di garantire gli stipendi. Oggi che la Lucchese è una società sana e alcuni nostri giovani le sono stati ceduti ben volentieri”.
Quanti ragazzi avete?
“Circa 140, dagli otto anni in su. Partiamo dal CAS, dalla Scuola Calcio, e arriviamo fino al Campionato Regionale Allievi e al Campionato Provinciale Under 18. In genere sono tutti ragazzi lucchesi o dei dintorni, raramente ce n’è qualcuno venuto da fuori. Sono ragazzi che provengono da ogni ceto sociale, ma tra loro questo non fa differenza, familiarizzano subito, si aiutano, i ragazzi da soli sistemerebbero ogni problema con naturalezza. Quando sorgono rivalità interne è perché ci sono di mezzo i genitori”.
Che rapporti avete con le famiglie?
“Ce li affidano volentieri, sanno che agiamo con disinteresse per fare il bene dei ragazzi, perché se uno viene su bene è un vantaggio per tutti, anche per la società, che ha tanti sbandati in meno. Durante l’anno organizziamo feste per le famiglie a cui partecipano spesso anche i nostri calciatori che hanno fatto carriera. Il problema è che loro pensano ai propri figli come a tanti Rivera, vogliono che giochino sempre, sono tutti allenatori, si offendono se finiscono in panchina mentre per i ragazzi questo non fa problema”.
Spesso le società giovanili sono accusate di inquadrare subito tatticamente un ragazzo, di sacrificarne le doti individuali al gioco di squadra impedendogli di giocare con fantasia, divertendosi.
“E’ vero! Le società giovanili non sempre svolgono il ruolo che dovrebbero svolgere, fino a 12 o 13 anni non bisognerebbe inquadrare i ragazzi. Solo che, se si vogliono vincere le partite …! Spesso comunque il ruolo dipende dall’età, lo sviluppo adolescenziale condiziona molto. Benedetti, ad esempio, da ragazzo lo chiamavano “Nano” perché era piccolino, giocava a centrocampo, prendeva la palla dalla sua area e la portava all’altra. Crescendo è diventato tutto gambe, troppo alto e lento per giocare a centrocampo, così l’allenatore l’ha spostato in difesa. All’inizio gliene han dette di tutti i colori, ma alla fine ha avuto ragione lui. Fortunatamente abbiamo sempre avuto consulenti tecnici di valore, come Franco Galli o Righi, persone che hanno giocato in serie A e sanno riconoscere al primo sguardo il valore di un ragazzo. Un’altra cosa che manca è la cura della tecnica individuale, innanzitutto: prima si giocava per strada a piedi nudi, oggi sin dall’inizio portano le scarpette quando sarebbero più opportune scarpe da ginnastica di tela, per non perdere la sensibilità del piede”.
Come vi finanziate?
“Tutto funziona col più puro volontariato, neanche i tecnici sono pagati, eppure c’è chi ha rinunciato a offerte vantaggiose pur di restare con noi, perché indubbiamente si hanno tante soddisfazioni. Qualche tecnico è un nostro ex giocatore, pochissimi per la verità, perché a 16-18 anni vanno via ed è difficile che tornino a 35 o più anni per allenare con noi. Il nostro sogno sarebbe avere un istruttore per ogni 3 ragazzi, ma innanzitutto ci dobbiamo preoccupare di chi prosegua la nostra opera. Le grosse società dovrebbero investire più soldi in società satelliti che facciano questo lavoro capillare di formazione, tecnica e personale, dei giovani calciatori”.
(tratto dalla rivista mensile “SPORT GIOVANE”, a cura del Servizio Promozione Sportiva del CONI – Ottobre 1993)

L’ATLETICO INSEGNA CALCIO DA TRENT’ANNI

Grande festa al campo Henderson con le figure storiche della società. Tanti i giovani che si sono affermati da Benedetti al compianto Pisani: Quattro slogan per educare i ragazzi.
Di Fabrizio Tonelli

Lucca. L’Atletico Lucca si appresta a tagliare il traguardo dei 30 anni di attività. Lo farà con una grande festa, con la premiazione dei dirigenti storici, con una cena al campo sportivo Henderson. Ma lo farà soprattutto circondandosi dell’affetto degli atleti che in questi tre decenni hanno indossato la sua maglia, crescendo e facendo crescere una società che è presa a modello in tutta la regione. Non è un caso che l’Atletico sia stato premiato lo scorso anno quale migliore società toscana a livello giovanile e che al suo massimo dirigente, Pierluigi Galli, sia stato dato l’oscar quale miglior presidente. In un momento in cui le nuove leggi, lo sviluppo del calcio professionistico, l’indirizzo che la scuola sta prendendo verso il tempo pieno, creano ombre sul futuro dei settori giovanili, l’attività dell’Atletico Lucca rappresenta una sorta di baluardo a difesa di un patrimonio che non è solo sportivo ma anche sociale.
Il sodalizio venne fondato il 12 novembre 1970. Insieme all’attuale presidente, l’idea fu portata avanti da Paolo Serantoni, Marco Tuccori, Franco Galli, Candido Arrighi, il popolare “Traliccio” e da altri appassionati e si concretizzò rapidamente. Le prime partite furono giocate al campo di Nave e subito, grazie all’organizzazione che venne data alla società si ottennero buoni risultati. Da Nave si passò a Montuolo, quindi a San Vito, alla Scogliera, a San Filippo e di nuovo alla Scogliera prima di poter avere a disposizione il campo Henderson.
Ricorda il presidente Galli: “Quando fondammo la società, ci premurammo subito di darle un’organizzazione precisa, grazie al contributo di esperienza che ognuno di noi aveva maturato nel calcio, cercando di insegnare i fondamentali di questo sport. Oggi i ragazzi di allora sono medici, impiegati di banca, camerieri, assicuratori, ma ognuno di loro è rimasto legato a questa società e si ricorda dei 6-7 anni trascorsi con questa maglia. D’altronde da quei tempi a oggi una cosa non è cambiata: la voglia di divertirsi dei ragazzi”.
L’Atletico è una realtà conosciuta e apprezzata più a livello regionale, che locale, con un organigramma societario di 35 persone, uno staff tecnico che oltre agli allenatori fa leva su quattro preparatori di tecnica individuale. Tre i settori: primi calci, esordienti e squadre di calcio con 11 formazioni che prendono parte ai vari campionati. Complessivamente gravitano attorno al sodalizio 200 ragazzi fra i 7 e i 17 anni. In trent’anni diversi sono approdati in serie A: basta citare Benedetti, Bresciani, Ansaldi, Dianda, il compianto Pisani; molti altri hanno militato in formazioni di B e C, grazie ai rapporti privilegiati che la società rossonera ha con Bologna, Udinese, Fiorentina, Empoli, Pistoiese, Lucchese, Genoa e Sampdoria.
Ma al di là della parte tecnica (dice il presidente: “vincere sempre fa male, ma perdere fa peggio”), all’Atletico si presta particolare attenzione alla crescita dei ragazzi e all’aspetto sociale. Ne sono conferma due fatti. Il primo è rappresentato dagli slogan che compaiono su borse, tute, magliette e perfino su un piccolo spazio che la società si è ritagliata nei cartelloni pubblicitari. Sono quattro e tutti non hanno bisogno di commenti: no alla droga, no alla violenza, cura l’ambiente, difendi la natura.
Secondo è una sorta di decalogo che viene inculcato a tutto lo staff tecnico: lealtà sportiva, fair play, educazione, rispetto dell’avversario e degli altri in genere, allegria e ottimismo,nessuna violenza.
L’arbitro? Non deve esistere, caso mai va aiutato. Preciso l’indirizzo anche sotto il profilo tecnico: le squadre dell’Atletico giocano con portiere, libero, due marcatori, due cursori laterali, tre centrocampisti, due attaccanti. No alla tattica del fuorigioco, attenzione agli schemi sui tiri da fermo.
Per la ricorrenza dei 30 anni si prepara una grande festa. Sarà fatta in estate, per avere un clima più propizio al campo Henderson e sarà dedicata alla memoria di Candido Arrighi, che per l’attuale massimo dirigente è stato un presidente simbolo della società. Saranno invitati tutti coloro che hanno ricoperto la carica di dirigente, i giocatori, con una premiazione e forse una cena all’aperto.
Intanto l’Atletico convive con soddisfazioni e piccoli problemi. Questi ultimi sono rappresentati dalla mancanza di un parcheggio capiente, che però dovrebbe essere ricavato in un’area attigua, insieme ad altri due piccoli campi per allenamenti. Le soddisfazioni sono costituite dal gran numero di ragazzi che vogliono vestire questa maglia.
“I tempi comunque stanno cambiando – dice Galli – e i settori giovanili rischiano di estinguersi. Vedremo come andare avanti. Certo è che con la prospettiva della scuola a tempo pieno, ci sarà sempre meno spazio per fare sport al di fuori e le società dovranno andare a insegnare calcio proprio negli istituti”.
L’ultima osservazione è per i genitori. “il loro tifo alle partite – spiega il presidente – talvolta e deleterio. Mettono una pressione eccessiva sui loro ragazzi, si fanno travolgere dal pathos”.
Articolo pubblicato su “Il Tirreno”, anno 2000.